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diffusa la voce a Pescopagano, un piccolo centro di 6 mila abitanti, arroccato ai confini con l'Irpinia, quasi di fronte a Conza, era crollato l'Ospedale e tutti gli ammalati erano stati travolti, uccisi. In verità le scale sono lesionate, precariamente agganciate alle pareti crepate; i vetri sono saltati tutti, ridotti in briciole, i solai sono in gran parte sfondati; ma gli ammalati paraplegici o ortopedici in trazione sono tutti salvi. Li hanno portati all'aperto mentre i vetri scoppiavano, mentre le scale si lessicavano. Li hanno sollevati dai loro letti mentre il panico si estendeva; li hanno portati fuori dall'ospedale in uno spiazzo dove c'è un piccolo campo sportivo, li hanno sistemati per terra, nell'affanno delle prime cure. Nel frattempo arrivavano in quello spiazzale altri feriti, portati dai carabinieri, dai vigili urbani, dai primi soccorritori civili; e medici e infermieri facevano la spola tra le corsie e l'ospedale «all'aperto»; riuscivano a portare fuori un tavolo operatorio, le bombole dell'ossigeno, le attrezzature per le trasfusioni. La notte era gelida, urla e lamenti si levavano nel buio da ogni dove. Quei pazienti non potevano restare all'aperto. Ed è stato così che con ambulanze dell'ospedale, della polizia e dei carabinieri, nel cuore della notte, mentre la terra ancora tremava ripetutamente, è cominciato il trasferimento verso gli ospedali di Potenza, di Melfì, di Lecce, dovunque, purché lontani dalla zona colpita. C'è a ridosso dell'ospedale un capannone della Sita, in parte crollato, che contiene il pullman del servizio di linea. Carabinieri, polizia e volontari hanno lavorato a smuovere le pietre ed hanno potuto tirar fuori quel torpedone che, trasformato in un'enorme ambulanza, è stato adoperato per un grosso carico di pazienti da portare in salvo. L'ospedale all'aperto è diventato così un posto di pronto soccorso con una camera operatoria chiusa tra pareti di plastica, dove, durante la notte, i medici hanno operato. Via via che si sapeva di questo ospedale miracolosamente allestito, giungevano altri feriti. «Avremmo voluto salvarli tutti - ci ha detto il dottor Adamo, quando l'abbiamo avvicinato -(continua Stefanile)- ma non è stato possibile. Otto di essi sono morti mentre tentavamo di salvarli. Adesso c'è una donna sui cinquant'anni sul tavolo operatorio. Non si salverà. Ha riportato lo schiacciamento dell'addome, stiamo tentando un'operazione di rianimazione. Non potremo farcela, ci vorrebbe un elicottero ma qui non ne arrivano. Così il bilancio salirà a nove». A Pescopagano s'era temuto che i morti fossero un'infinità; sono, invece, una quindicina quelli al momento accertati. Forse ce ne sono altri sotto le macerie, ma nessuno è in grado di dirlo. Al centro è giunto per primo un bambino. Lo portava tra le braccia un giovane, forse un parente. E tra quelli che non è stato possibile salvare. Un altro bambino è stato avviato ad altro ospedale in fin di vita. Nel centro storico di Pescopagano si riesce a penetrare spostando sopra la testa i cavi del telefono crollati con i loro sostegni. Le condizioni di vita per i terremotati continuano ad essere drammatiche sino a tutta la fine di dicembre 1980: con freddo, scosse e neve, non v'è tregua, la lunga stagione della sofferenza continua. Tutte le volte che la terra trema torna il terrore nelle tendopoli e nelle roulottes battute dalla tempesta. Tutta la gente resiste, indomita, e con cristiana rassegnazione segue tutti gli eventi. La popolazione trascorre diverse notti all'addiaccio, perché le scosse, anche piccole, si avvertono ancora. Chi è scampato alla grande scossa vive ormai all'aperto, si raccoglie intorno a fuochi di legna, tiene i bambini avvolti nelle coperte; i più fortunati si rinchiudono nelle automobili. «Il Tesoretto nel sacchetto», è il titolo di un articolo comparso l'8 dicembre su « II Mattino » di Napoli. Due alpini della «Julia », Antonio Piano e Piero Luciani, hanno recuperato tra le rovine di una casa distrutta dal terremoto un piccolo tesoro. I due, entrambi diciannovenni, al comando del caporal maggiore Maurizio Basile, avvertiti da un sinistrato che tra le macerie della sua casa doveva trovarsi un sacchetto con del denaro, hanno preso a scavare, mentre il proprietario del «tesoro» si allontanava. Tra le macerie hanno recuperato un sacchetto di plastica contenente 27 milioni in banconote di grosso taglio. Il piccolo tesoro è stato riconsegnato dai militari al legittimo proprietario. È un valido esempio di onestà da segnalare a chi di dovere e alle future generazioni. Il centro storico di Pescopagano, ed in particolare i rioni Pascone, Stature, Serra e borgo S. Giacomo, è completamente inagibile per il 70%. Gravemente danneggiati e devastati i palazzi più antichi: Palazzo Orlando, Torre dell'Orologio, Banca Popolare, Banca Operaia, Istituto delle Suore di S. Vincenzo, Palazzo del Municipio, Palazzo Quaglietta, casa Araneo, casa De Cillis, casa Mazzeo, casa Lotano, Scioscia e Preite. Gravi anche i danni alle case rurali. Più tardi, risolti i problemi dell'emergenza, si contano definitivamente i morti che ammontano a 21, mentre i feriti sono complessivamente 42. L'amministrazione comunale di Pescopagano pubblica il seguente bollettino dei danni arrecati al patrimonio edilizio urbano: - Case crollate e crollanti n. 436 - Case dichiarate inagibili n. 287 - Case dichiarate riparabili n. 160 - Case indenni n. 80
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