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LE ORIGINI, LE FONTI STORICHE E LA LEGGENDA POPOLARE SISMA DEL 1980
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23 NOVEMBRE 1980: STORIA DEL TERREMOTO

 

Nelle prime ore, dopo la forte scossa sismica (nono grado della scala Mercalli), i morti si possono calcolare a centinaia, i feriti a migliaia, ovunque notizie confuse. Si è cercato di rilevare l'entità della catastrofe; ma solamente nelle prime ore del giorno 24 si è saputo e constatato, che era di proporzioni tremende.

La triste cronaca di questo terremoto, di quei minuti tremendi, potrebbe raccontarla solo chi l’ha vissuta tra i boati sordi, tra i muri che crollavano, le urla dei feriti e i lamenti dei moribondi.

Si scava in mezzo ad una gran confusione. S'aspettano i soccorsi. «Fate presto», grida un titolo de «II Mattino» di Napoli. Interi paesi sono tombe aperte alla pioggia, alla neve e al gelo.

Il presidente della Repubblica visita alcuni paesi del cratere. A Laviano «gli hanno urlato in faccia la loro rabbia i superstiti, ed un uomo gli si è avvicinato con la figlia morta in braccio». Un altro ha gridato che prima dei soccorsi erano arrivati i suoi parenti da Wiesbaden. Una bambina si è gettata al collo di Pertini piangendo che aveva perduto il padre, la madre e i fratelli. Il presidente ha udito i lamenti che venivano da sotto le macerie. Ne torna assai scosso. Il 26 novembre tutta l'Italia può ascoltare un suo lungo messaggio, commosso, adirato, carico di tensione. Il messaggio di Pertini arriva come una bomba nelle case degli Italiani, sui giornali, nelle sedi dei partiti politici.

È venuto il Papa. Molto discreto. È stato a Castelgrande dove tra gli altri ha trovato la morte Mons. Federici, Arcivescovo di Chieti, il quale si trovava in quel luogo per trascorrere qualche giorno di riposo.

È venuto il presidente del Consiglio dei Ministri, On.le Spadolini, che ha presieduto il Consiglio Comunale a Pescopagano, con la presenza dell'0n.le Emilio Colombo, Ministro degli Esteri e dell'On.le Angelo Sanza, Sottosegretario agli Interni.

Sono stati a Balvano dove il crollo della Chiesa Madre dell'Assunta ha seppellito tutti, vecchi, donne e venticinque bambini.

Hanno visitato Muro Lucano dove le bare dei morti, allineate per la sepoltura, comprendevano la coppia di due fidanzati, Lucio Perilli di anni 20 e Antonietta Angiolilli di 18 anni, morti abbracciati, nell'auto, sotto le macerie della Cattedrale.

La stampa, nel descrivere la catastrofe, parla di « paesi-presepi » distrutti, luoghi dove permanevano intatte terra, agricoltura civiltà contadina e cultura contadina.

È questa terra dove «gli Dei respinsero i titani che s'erano permessi di voler raggiungere l'Olimpo » e « dove la natura ha violenze magiche, dove sono racchiuse i misteri delle leggende più antiche».

Questi eventi fanno riscoprire all'Italia «ufficiale» il contadino del Sud e l'immobilismo ideologico funzionale del potere.

Emerge, ancora una volta, -scrive Luigi Lombardi Satriani- la «diversità» del Sud, che è stata connotata storicamente come inferiorità. Ed è difficile, per chi è del Sud e nel Sud, fare oggetto di discorso il suo dolore, per quanto affetto di radicale turbamento e rispetto, non può essere soluzione, neanche momentanea; rischia di diventare, pur involontariamente omissione di analisi, complicità».

Il terremoto ci ha segnalato l'esistenza e la storia di un Meridione interno, consegnato all'abbandono e al sottosviluppo, scriveva il compianto amico Mariano Meligrana nel visitare i paesi antichi colpiti.

Il terremoto scopre le «culture locali», con le egemonie e la loro subalternità, con la saldatura atavica della rassegnazione, di origine borbonica, e l'immobilismo stagnante e isolante, più acuti quanto più sofferti, del popolo sano e laborioso.

Il dato più allarmante che emerge, e ci trascina nel pessimismo più nero, è la doppia reazione registrata nei paesi del cratere (non escluso quello del mio paese, anzi in prima linea) di fronte alla realtà dell'assistenzialismo: da una parte l'accaparraggio «straccione e volgare», con intensità e organizzazione diverse, tutto filtrato -in alcuni casi- dal potere politico locale, e dall'altra la rassegnazione e l'immobilismo dei piccoli proprietari espropriati, colpiti due volte dal terremoto, i quali si vedono sotto gli occhi distruggere la propria terra, frutto di sudore dei propri avi, senza condizioni, perché un insano decreto di urgenza revoca ogni legittimo diritto di proprietà. E in alcuni casi, questi fortunati espropriati vengono considerati quasi come i colpevoli o responsabili del terremoto, e, quindi, non solo debbono perdere la casa ma anche il terreno!

E davvero strano, assai incomprensibile, che questo terremoto dell'epoca moderna, di piena civiltà, abbia determinato tanta descriminazione.

«Chi si spoglia e chi s'arravoglia »: è davvero strano, ma è storia! Il terremoto, in alcuni Comuni, ancor oggi, non viene considerato un'occasione di sviluppo, ma un grosso affare. Spesso si trasforma in un sciacallaggio sulle culture e distrugge la sana tradizione e la ricerca stessa delle radici, annulla ogni tentativo di presa di coscenza collettiva, perché ipotecato da un pietoso assistenzialismo che mortifica lo spirito.

Lasciamo al corso della storia ogni valutazione e soluzione. Dopo queste considerazioni di carattere generale sul destino futuro dei nostri mali, constatate la rabbia e la rassegnazione dei veri terremotati, vediamo le immagini usate per descrivere Pescopagano paese-presepio.

La prima immagine è la seguente: un disastro! Nei paesi che da Potenza vanno verso l'interno che s'arrampicano vertiginosamente verso i confini con l'Irpinia, i segni della distruzione sono dovunque: casolari sventrati, ridotti in polvere; case nuove lesionate; castelli, arroccati sulla cima dei monti abitati, schiantati e ridotti ad informi ammassi di macerie.

Domenica sera (23 novembre), quando la prima grande scossa dilaniò il cuore della Lucania, -scrive Stefanile- s'era

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