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LE ORIGINI, LE FONTI STORICHE E LA LEGGENDA POPOLARE

SISMA DEL 1980

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dai due figli alla madre, rinvenuta nella stessa contrada della prima dal prof. Michele Rubino che ebbe cura di salvare l'iscrizione.

L'iscrizione funeraria in latino con a fianco la traduzione:

"BAEBIUS LUPULUS ET M. BAEBIUS MAXIMUS E G. BAEBIO LUPOLO PET TREBIAE MAXIMILIAE MATRI BENE MERENTIBUS FEC. R."Caio Bebio Lupolo (quello stesso del tempietto di Silvano che insieme col padre glielo dedicarono) Marco Bebio Massimo, nati da Caio Bebio, (quello indicato sul Tempietto di Silvano) a Petronia (o Petilla o altro nome comindante con PET) Trebia Massimilia (loro) madre per benemerenze (di Lei) fecero a buon diritto (cioè perché l'aveva meritato).

A ragione il Mancini sostiene, alla luce di tali testimonianze storiche e archeologiche, che Pescopagano era già abitata da alcuni secoli avanti Cristo e che il territorio agricolo veniva coltivato in aziende rurali come è dimostrato da vari monumenti funerari e dal fatto che coloni risiedevano sul posto.

Anche il dizionario storico geografico delle antichità cita che sulla Porta Sibilla vi erano una statua a mezzo busto della Sibilla Cumana e una simile di Giano.

Da tutto questo -conclude il Mancini- si deve dedurre che il culto di Giano e di Silvano era remoto. Quindi il paese vanta origini antichissime, tanto che alcuni lo fanno edificato dai Sarceni, che vi si stanziarono nel corso del IX secolo. « Secondo altri pare che il paese -scrive il Claps- sia sorto ed accresciuto in seguito alla distruzione di due casali: San Filippo e Tufara e di altri quali: San Martino, S. Antonino, Montecalvo e Montemauro. Gli abitanti di questi casali poi, si sarebbero raccolti presso il castello di "Petra" e dato origine all'attuale città: Pescopagano».

Il paese è menzionato nel catalogo dei Baroni e, in una ordinanza del re Carlo d'Angiò del 1280, fu denominata « Castellum Petrae Paganae».

Il nome accenna adunque, seguendo anche il Racioppi, sia a fortificazioni del sec. IX, sia a posteriori stazioni di saraceni, «gens paganorum».

Il Giustiniani, inoltre, scrive: «in un luogo che chiamano 'Idolari' per esservisi ritrovati appunto diversi idoletti, spesso vi hanno ancora scavato dei marmi litterati poco o nulla curati, e fatti anzi quegli andare inconsideratamente a male. In uno fui assicurato si leggea Silvano Deo»... Ciò spiegherebbe sia il nome «pagano» che la sua antichità.

Infine vi è la versione secondo la quale l'antica Pietra Pagana, fortificata dai Goti, in posizione dominante, divenne fortilizio longobardo della Contea di Conza.

Nemmeno è da rigettare l'opinione che a questo castello avesse pur dato il nome la famiglia Pagana, che appar con più feudi dai Defetari Normanni, come più tardi avvenne di Nocera, la quale al dir del Borrelli «ad hac diem Nuceria Paganorum autonomastice nuncupatur».

Tutte queste versioni o tradizione, anche se non è storia, costituiscono una parte di essa. E, il ricordo dei fatti storici realmente accaduti, si disperdono con il tempo e, indi, in seguito, viene plasmato dalle storie popolari più ardite o dalle leggende.

Lo stemma di Pescopagano presenta su uno sfondo azzurro una torre castellata di 3 pezzi d'argento, fondata su un monte di 3 cime di verde e seguita da 2 P di oro. Secondo il Lacava al G.A. invece della torre vi sarebbe una testa coronata di vate (?) in marmo; ma egli stesso si affretta a soggiungere: «le due P possono indicare Petra Pagana oppure Pescus Paganus e il nome di Pesco nel medioevo indicava castello».

Secondo l'Errico vi è una testa calva cinta d'un serto, due P laterali e tre colline sottostanti alla testa stessa.

Secondo il Laviano le due P dicono Petra Pagana e i tre monti con la testa calva in cima, sono le tre vette di Montecalvo, nude di vegetazione, come indica lo stesso nome.

Infine vi è la versione del Bozza che dice: «Lo stemma ha tre monti di roccia, sui quali una testa di marmo coronata d'alloro, ai lati di essa due P in campo celeste».

In conclusione, secondo le nostre considerazioni sulla definizione del toponimo «Petra Pagana» (Pescopagano), riportato nell'era pagana, osserviamo che è proprio il cristianesimo a segnare la grande linea di demarcazione fra il mondo antico e moderno, cristianesimo che rivestì le nuove forme di vita religiosa delle nostre poleis, e non fu un'alternativa dai culti popolari del mondo mediterraneo.

Perciò se è vero che nel IV e V secolo a.C. Petra Pagana adorò la Sibilla Cumana e dopo, in epoca romana. Giano Bifronte, è pur certo che seppe, in seguito, democratizzare il rapporto col sacro nel tentativo di svincolarsi dal regime schiavistico e nello spirito di opposizione all'aristocratica religione dei ceti dominanti.

Il passaggio, cioè, dal culto pagano degli dei al cristianesimo, fu lento ma continuo, per l'innato conservatorismo dei villaggi e per la tenace resistenza dei contadini ad ogni cambiamento del loro modo di vita tradizionale.

Furono queste le ragioni per cui la Chiesa incontrava nelle zone rurali di Lucania, perfino nei secoli VI e VII, «grandi difficoltà nel sopprimere gli antichi riti con cui i contadini, da tempo immemorabili, scongiuravano le pestilenze e incrementavano la fertilità dei graggi e dei campi».

E, secondo il Bronzini, su questa via culti primitivi e nuova religione, il cui rapporto storico e ideologico non va fatto coincidere « tout court» col rapporto di successione fra paganesimo ufficiale e cristianesimo, trovarono molti punti d'incontro (segretezza e magismo dei rituali) e motivi di convivenza, «dovuti all'empito rivoluzionario e alla predicazione

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