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LE ORIGINI, LE FONTI STORICHE E LA LEGGENDA POPOLARE

SISMA DEL 1980

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versione di « pagis » per la divisione della popolazione nei tanti casali innanzi citati, distribuiti nel distretto della grande città di Conza.

È ormai storicamente dimostrato che quelli che vorrebbero far credere che il suffisso «pagano» sia stato aggiunto a Petra, per conservare il ricordo del culto avuto dagli abitanti per gli Dei Giove, Giano e per la Sibilla, è opinione errata per la documentata presenza di istituzioni religiose e la partecipazione del popolo a tutela e sostegno di tali istituzioni.

Del tutto diversa è la versione della leggenda popolare riportata dal Laviano in questi termini: «C'era una volta in quel Castello un ricco Signore chiamato Pietro Pagano, nemico di Dio e degli uomini; ma ecco che, verso la mezzanotte di un giorno di un anno che non sappiamo dirvi, la gallina cantò tre volte alla «masona»; e subitamente si udì uno strepito, un rombo sotterraneo; e più volte si scosse e tremò la terra. Allora rovinò il Castello e si videro quei dirupi che prima non c'erano. E così fu che il paese nostro, dal nome di quel Signore rimasto sepolto sotto quelle rovine, s'appellò Pescopagano o Petra Pagana ».

Questa storiella spiega così il significato delle due P dello stemma con una testa calva e tre monti. Le due P dicono Petra Pagana e i tre monti con la testa calva in cima sono le tre vette di Montecalvo, nude affatto di vegetazione, come indica lo stesso nome.

Guidati, dunque, come vuole la leggenda, -continua Laviano- da Giano Bifronte, e dalla Sibilla Cumana vennero gran parte ad abitare su questo sasso. Riporta la seguente iscrizione:

Provida progenies Cumee grata Sibille

Incolit hoc saxu Jano traducta bifronti Ex hac fatidica claro cognomine dicta

Porta Sibylia caput lucanum Basilicate.

 

I versi furono incisi su due pietre sotto l'arco detto, ancor oggi, « della Porta Sibilla ». I quattro esametri -osserva Mancini- e non già i due distici -perché il distico è una particolare unione prosodica: un esametro più un pentametro-, sono di ottima fattura classica e con un senso compiuto.

Ecco la traduzione dal latino: «Un'accorta (provvida) stirpe grata (cara) alla Sibilla Cumana abita su «questo sasso (Rocca) tradottavi (ossia guidata) da Giano Bifronte (dativo di agente). Da essa (cioè dalla Sibilla) fatidica (divinatrice dei fati umani) con chiara denominazione è detta Porta Sibilla, capo (è scritto: caput) dei lucani di Basilicata».

È ancora il Mancini, storico locale, che, muovendo da dati certi e con senso critico, interviene e reputa certo che Pescopagano -come aggregato edilizio ed etnico- esisteva alcuni secoli prima della nascita di Cristo e prima dell'anno 220 a.C., epoca dell'invasione di Annibale.

Egli, oltre alla pietra scoplita innanzi descritta, che fu piazzata in una nicchia sotto l'arco e raffigura Giano Bifronte, -il quale si credeva, in antico, che fosse progenitore della stirpe italica e avesse il dono di vedere nel passato e nel futuro- porta l'altra diretta testimonianza come prova irrefutabile dell'antichità del nostro sito, costituita da una edicola sacrificale (nicchia) su pietra viva con iscrizione dedicata a «Silvano Deo» da tale Lupulus Baebius e figlio, rinvenuta in contrada Lamia, più sotto dei piani di S. Vito.

Iscrizione dell'edicola rilevata dal Mancini:

"G. BAEBIUS LUPULUS ET G. BAEBIUS LOPUL. F. SILVANO DEO VOT. S.L.M."

questa vuol indicare più chiaramente: «Gaius BAEBIUS et Gaius BAEBIUS LUPULUS filius SILVANO DEO vota solverunt libentes merito.

In italiano: « Caio Bebio Lupolo e figlio Caio Bebio Lupolo volentieri assolsero (compirono i loro) voti al dio Silvano meritatamente (a buon diritto, cioè per grazia ricevuta)».

Quindi, la nicchia era dedicata al dio delle selve (silvano) il cui tempio era il bosco: « C. Baebius Lupulus et C. Baebius Lupulus F. / Silvano Deo Vot. S.L.M. ». La nuova traduzione: « Caio Bebio Lupulo e Caio Bebio Lupulo F. al dio Silvano fece voto volentieri a buon merito».

Tracce di altari pagani sono visibili ancor oggi in alcuni boschi della Lucania, in quanto i riti pagani venivano celebrati nei boschi ritenuti sacri. Questo viene confermato dal poeta latino Marco Anneo Lucano, il quale così descrive un bosco sacro distrutto da Giulio Cesare nella Gallia: «I rami intrecciati allontanando i raggi del giorno, chiudevano sotto lo spesso fogliame ombre che nascondevano un culto barbaro ed orrendi sacrifici. Gli altari e gli alberi gocciolavano di sangue umano».

Testimonianza, anche di quel periodo, vi è nel nome di alcuni luoghi come «Piano Marzano e Cupe di marzo che attestano il culto del dio, romano, della guerra.

Solo lo scrittore tedesco Mommsen, profondo studioso delle iscrizioni romane antiche, osò annoverare il tempietto di Silvano fra le cose «false o sospette» ma dedusse ciò da informazioni altrui, senza recarsi sul posto.

Dopo la morte del Mommsen, a smentire il sospetto di questi, intervenne una basilare circostanza risolutiva: una iscrizione con il nome di Baebius Lupulus (figlio) riportata sul tempietto di Silvano. Si tratta di una seconda pietra funeraria dedicata

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