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Infine la Tavola di Banzia (attuale Banzi) del II sec. a.C., scritta in lingua Osco-Latina e rinvenuta nel 1790, dà notizie del censo e della vita gerarchica di quella città. Si apprende -scrive Ebner- delle magistrature locali nel I secolo a.C., cioè del «meddis» («preactor»), capo militare, politico e religioso della città-stato e del «kambennion», una specie di consiglio senatorio. Questo paesaggio agrario e di lavoro artigianale riguardava più le zone costiere e il loro entroterra, dove prosperavano le «poleis» elleniche; mentre l'interno appenninico della Lucania era rappresentato da terreni coperti di boschi, di selve, di pascoli e di incolti improduttivi, dove il lucano antico, come del resto anche l'odierno, riusciva a ricavare solo il necessario per la sopravvivenza. Maggiori erano, invece, le risorse con la pratica della pastorizia di cui si legge in Lucilio, Calpurnio e Orazio. I coloni, come abbiamo già accennato, erano popoli nomadi o nomado-agricoli, le cui tribù, avanzando, spingevano sempre più avanti le precedenti. Limitati però sempre ad un numero fisso di presenti, furono costretti ad eliminare i nati in soprannumero e i vecchi, inizialmente con l'uccisione, e, in seguito, con la concessione di allontanarsi dalla terra natale e di andare alla ricerca di una nuova patria sotto la guida propiziatrice degli Dei. L'emigrazione avveniva in primavera ed assumeva il valore di «Sacra espansione». Da qui l'origine delle «primavere sacre», della frase romana «sexagenari de ponte» e l'uso di denominare, con aggettivi diminuitivi dal nome di base, ogni nucleo di espulsi. Fu in questo modo che una forte colonia, quella dei Lucani, si staccò dai Sanniti prima, e dai Marsi, loro alleati, successivamente, e venne a stabilirsi in quella regione che era stata civilizzata dagli Enotri. Così i differenti nomi di Conia, di Enotria, di Morgesia e d'Italia scomparvero, dando origine al nome di Lucania dopo che gli antichi abitatori rimasero distrutti o discacciati dalla suddetta colonia Sannitica. L'epoca della sacra espansione lucana non ci è data con sicurezza dalla storia, ma, attraverso autorevoli supposizioni (V. Antonini: Lucania; Niburhr: Storia Romana), la si fa ascendere avanti la fondazione di Roma. Qualcuno ha supposto il quinto secolo prima dell'Era volgare. Della conquista e della resistenza alla massiccia penetrazione romana -scrive Ebner- nel luogo è testimonianza nelle fondazioni di città, nei relitti linguistici, nel ricordo di congiure. Le bellicose popolazioni dell'interno della Lucania, specialmente i pastori che, pur vivendo isolati tra i monti per la maggior parte dell'anno, erano abituati a scendere al piano ai primi dell'inverno (Varrone, «de re rustica», II, I. 16, III, 17. 9), non potevano di certo accogliere -osserva Ebner- di buon grado il progressivo affluire di colonie di veterani che, oltre a determinare una più larga latinizzazione della regione, con le centuriazioni sottraevano ad essi i migliori pascoli per i loro armenti. «Furono proprio i pastori a crescere sensibilmente a seguito delle incursioni barbariche, da Alarico a Zottone, quando le popolazioni scampate alla fame, alla peste, alle guerre, furono costrette ad abbandonare coste, valli e colline per cercar rifugio tra i monti. Di qui il sorgere di altri villaggi nell'interno montuoso e in luoghi dominanti, ma sempre distanti l'uno dall'altro, per cui i rapporti umani, determinati dall'insopprimibile istinto di socievolezza, finivano per essere saltuari, limitati al solo incontro nel corso di pellegrinaggi ai santuari». Furono la peste, le invasioni barbariche e, in più, il terremoto del 990, a far abbandonare alla comunità la vallata di Conza, unitamente a quelle dei casali, e cercare rifugio intorno al castello o rocca di Pescopagano, come luogo sicuro, montuoso e dall'aria salubre e benigna, dove, inoltre, era più facile difendersi. Questo sito, già durante le invasioni bizantine o barbariche, «aveva dato ricetto agli abitanti dei vari casali, innanzi descritti, sulle rupi del castello, fornendo così un aggregato urbano notevole: «Castrum Petra Paganae», oggi Pescopagano. La stessa atta di Conza, scrive Bruno, fiorente colonia romana declassata a municipio, devastata e saccheggiata, insieme alle sue fortezze antemurali di Pescopagano e Cairano, per aver accolto favorevolmente i Cartaginesi, da Fabio Massimo il Temporeggiatore («Cuncta-tor»), come tutti gli storici di Roma attestano (compsam incessit et depopulatus est = andò a Conza e la devastò), durante l'ultimo, disastroso terremoto, ha restituito reperti della tarda età villanoviana, l'ultimo periodo dell'età del ferro, consistenti in ceramiche, scodelle, tombe di incenerazione in urne con i resti racchiusi in doglie di terracotta o in custodie di tufo, segni tangibili di lontane epoche. Al di quà dell'Ofanto, -continua Bruno- arroccata sulle alture pietrose di Pescopagano, già abitava questa buona, ospitale, ma fierissima gente, pastori adusi a vivere sotto le stelle, all'addiaccio, negli stazzi («scariazzi»), insieme alle pecore. L'origine e la geografia territoriale di Pescopagano deve essere pertanto collegata necessariamente alla storia e all'origine della vicina città di Conza o Coza (e i nomi antichi: Compsa, Cossa e Cosa) di origine greca. Il termine significa pulita, ornata. Questa origine è avvalorata anche dalla presenza del culto della Sibilla Cumea, mentre in epoca posteriore fu venerato Giove Bifronte. Difatti, anche Tito Livio ricorda un «Tempio di Giove Vicilino» nei pressi di Conza tra la Lucania e l'Irpinia. Sotto il dominio di Roma, Pescopagano, seguì, naturalmente le traversie della città di Conza, di cui era il castello antimurale. La Rupe di Pescopagano ebbe un ruolo importante a favore del condottiero dei romani Quinto Fabio Massimo, il quale preferiva effettuare delle incursioni di sorpresa, anzicché affrontare Annibale in campo aperto. Nei tempi antichi la vasta pianura (Piano di Campo) del territorio di Conza era difesa da formidabili rocche, disposte intorno a sé. Da una parte vi era la rocca di Carissa, Castello di Conza, Carimassus oggi Cairano, dove morì colpito da un sasso T. Annio Milone, mentre l'assediava, come testimoniano Plinio Velleio Patercolo e Plutarco;
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