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La identità storica e le origini di Pescopagano si perdono nella notte dei tempi. Alcuni reperti, rinvenuti in una contrada agricola di Pescopagano e nelle necropoli di Conza e Cairano, risalenti all'epoca neolitica, attestano che queste contrade furono popolate sin da quel tempo e con floride condizioni economiche, data la presenza, in alcune tombe, di monete e arredi vari di fattura osca, sannitica e greca. Tale presenza fu facilitata dal processo osmotico tra la civiltà autoctona e quelle dei popoli erranti, costituiti da coloni neolitici che si erano stanziati in Grecia e che si servivano di barche o piccole navi. Trasformatisi questi in marinai si avventurarono nel Mediterraneo, navigarono lungo le coste della Grecia e arrivarono nell'Adriatico da dove si insediarono sulle coste italiane; non escluse la Sicilia e le zone costiere della Francia meridionale e della Spagna orientale. È difficile stabilire quanto durò questa fase iniziale di colonizzazione dell'Europa: certamente almeno qualche secolo. Ciò nonostante si trattò di un movimento relativamente rapido, specie se confrontato con le precedenti migrazioni dei cacciatori paleolitici e mesolitici. Evidentemente, c'era qualcosa che spingeva sempre più innanzi questi coloni e impediva loro di fermarsi troppo a lungo in un posto, in una regione. Erano praticamente dei popoli nomadi. Questi primi agricoltori neolitici erano del tutto incapaci di rigenerare il suolo dopo alcuni anni di sfruttamento: non conoscevano i fertilizzanti ne l'irrigazione e non praticavano ancora la rotazione delle colture. Era l'esaurimento del suolo agricolo che li costringeva a spostarsi periodicamente. Molte volte si trattava di processi circolari: dopo qualche anno, gli agricoltori tornavano sui luoghi abbandonati, quando la terra ritornava fertile, e rioccupavano l'antico villaggio. Anche il costante incremento demografico costringeva queste comunità a scindersi periodicamente: una parte restava nella regione originaria, un'altra parte andava alla ricerca di nuovi territori. L'economia neolitica europea si basava essenzialmente sull'agricoltura-allevamento e sulla pastorizia, anche se il ruolo della caccia non può essere sottovalutato e in molti casi si deve parlare ancora di economie basate essenzialmente sulla caccia, con una attività sussidiaria agricola e pastorale. Comunque, le colture neolitiche dell'Europa centrale e orientale si basarono prevalentemente sull'agricoltura, dapprima itinerante poi sedentaria; mentre in molte zone dell'Europa occidentale, nelle zone montuose e nei terreni insulari, prevalse a lungo la pastorizia o l'allevamento del bestiame. In seguito, questi agricoltori neolirici, dalle coste italiane si internarono verso l'Appennino e, rimontando il fiume Ofanto, si stanziarono nel ridente «sito a capo della valle, ove edificarono Coza». Furono questi agricoltori neolitici nomadi che portarono e fermarono, in questo nostro luogo, il loro culto alla Sibilla Cumea, che avevano adorato nei loro paesi di origine. Fiumi in parte navigabili, che spesso avevano il nome delle stesse poleis, come affermano antichi geografi e scrittori, per lo più torrentizi, precipitosi durante il primo corso, per l'interrimento dei porti iniziatesi nel VI sec. a.C., finirono per impaludarsi, con le note conseguenze dell'infida malaria che nel secolo scorso mieteva il 10% di vittime l'anno. Perciò la storia delle nostre antiche contrade o casali (poleis) comincia proprio lungo i fiumi lucani navigabili. Il fiume non è soltanto un provvidenziale serbatoio d'acqua per l'agricoltura; lungo le sue rive e sopra le sue acque la vita era intensa; si trasportavano persone e derrate, i pescatori gettavano le reti o fiocinavano, cacciatori si addentravano fra le paludi per catturare gli animali acquatici. E gli scambi erano naturalmente quelli del baratto, sistema proprio delle società agricole locali in competizione tra di loro e con l'ambiente per la sopravvivenza. Il problema delle strade cominciò a porsi per le popolazioni dell'età che seguì la fase dei cacciatori cavernicoli o capannicoli. Si ha così notizia di strade da percorrere solo a dorso di mulo o con carri leggeri (« rhaedae »), di soste notturne (« mensiones ») e anche di qualche «iter longum» tra due stazioni. Da Plinio si apprende degli 11 o 12 popoli che vivevano in Lucania, «vicatim» dice Livio (XXV, 16. 10 r 14) e cioè per sparse borgate rurali o casali. I coloni ellenici che si spinsero nel retroterra delle coste, regolando il corso dei fiumi, accrebbero la superficie dei terreni alluvionali da sfruttare a pascoli e per la coltura dei cereali; dall'argilla ricavarono i famosi vasi a figure rosse che resero celebre il ceramista pestano Asteas e il velino Simonide. Tutte queste attività vengono confermate dalle monete rinvenute nelle necropoli delle poleis. L'organizzazione dell'agricoltura di quell'epoca, e l'esistenza del latifondo in Lucania, largamente e punitivamente espropriato dopo la guerra annibalica, come pare possa desumersi dal famoso marmo di Polla (CIL, I, 638) - accenna alle lotte d'interessi tra aratori e pastori - , sono indirettamente attestate da Giovanale (VIII, 180) che ne ricorda gli «ergastula di schiavi». Della locale piccola proprietà e di fitti a lunga scadenza, una sorta di enfiteusi, si apprende dalle celebri Tavole di Eraclea, simboli dell'antica grandezza lucana, trovate nell'anno 1732 da un aratore, nel letto della Salandrella, attribuite ad un periodo che va dal 331 al 278 a.C., incise in bronzo e scritte in lingua greca. Descrivono le leggi che guidavano la vita dei Lucani, le condizioni agrarie, le isole del fiume Agri ed alcune consuetudini della città. Ancora, i frammenti marmorei di Teggiano e Buccino informano (CIL, 290 e 407) dei canoni in valuta o in natura -frumento-.
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